Archivio per la categoria ‘2003’

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I popoli in movimento

4 agosto 2010

Lo chiamano il “sesto continente”. E’ “abitato” dai popoli in movimento, quelli che cercano una terra: o perche’ non ce l’hanno o perche’ gliel’hanno portata via, o perche’ ne cercano una migliore, o perche’ infine il loro destino e’ di vivere senza terra. Andando verso Baghram ho incrociato una carovana di nomadi. Lunga, colorata, stanca, bella. Questa e’ solo una frangia del serpentone incolonnato per strada: famiglie e animali (sulle spalle poche cose, essenziali). Ho rubato la foto perche’ non la volevano, perche’ loro non appartengono a niente e a nessuno. E poi perche’ fermare un istante?

Cosi’ non ho potuto chiedere neppure da dove venivano, ne’ soprattutto dove andavano. Conosco comunque la risposta mai data: “andiamo avanti”. E poi? “ancora avanti”. All’infinito.

Quando sono tornato, dopo molte ore, verso Kabul pioveva a dirotto. Ho ritrovato la carovana che non era piu’ una carovana. Avevano piazzato le tende, appena fuori la strada. Avevano creato il loro “villaggio”. Salvo poi il giorno dopo crearne un altro, e il giorno successivo ancora un altro. Il viaggio come vita.

A loro nessuno puo’ togliere la terra perche’ non ce l’hanno. O forse ce l’hanno: dentro se stessi. La loro terra e’ la famiglia e i loro animali. Dovremmo imparare. Spesso noi che abbiamo una terra, dimentichiamo di avere una famiglia che abita con noi.

Non ne avevamo mai parlato molto. L’anno scorso gli chiesi: “Ma tu sotto i talebani, dov’eri?”. E lui appena un soffio: “In montagna, con i muhjaeddin”. Ogni tanto per Kabul mi presenta qualche suo amico che ha combattuto i russi. Shafik ha venticinque anni. E’ nato in guerra e si sente in guerra. L’ho visto strano stamattina. Cosa c’e’? “Li’ hanno impiccato mio fratello”. Li’ nella “casetta” dei vigili, in mezzo alla piazza. Sono stati i talebani.

Shafik, come tutti gli afghani, ama i fiori. Mi ha chiesto lui di fargli una foto in Flower street, in mezzo a tutti quei fiori rigorosamente finti. Per loro sono bellissimi, anche perche’ non conoscono i fiori veri. E neppure i colori. Comincio a preoccuparmi: sembrano belli anche a me. La normalita’ afghana ha ormai preso il sopravvento. Ma non mi dispiace. Anch’io oggi avevo voglia di spezzare il grigio.

Appena sale in macchina mette sempre la musica a tutto volume. Se non lo sai, lo prendi per matto. Shafik ti spiega: “Con i talebani non si poteva sentire la musica, nessuna musica. La televisione era chiusa e c’era solo una radio che funzionava per fare propaganda. Una sera sentivo musica indiana a casa. Sono arrivati i poliziotti. Per fortuna ho nascosto in tempo la cassetta”. I talebani odiavano la vita.

Vicino al fiume che ora c’e’ (dopo le piogge di questi giorni) c’e’ un mercatino universale. Li’ si trova di tutto e a tutti i prezzi. Stamattina sono tornato perche’ il posto mi piace molto: c’e’ tutto lo spirito di Kabul, grande mercato d’Asia. Accanto alla piccola moschea, il banchetto sicuramente piu’ affollato. In vendita hashish. Vecchi, quasi bambini, soldati, donne: c’e’ sempre la fila per comprare il “brown”. Loro non lo fumano, lo masticano. Per sopravvivere, naturalmente. Mi ricorda la vodka nella vecchia Mosca quando costava un terzo dell’acqua minerale. Si diceva l’oppio dei popoli. Qui in Afghanistan non e’ un modo di dire; e’ proprio oppio. Ho sbirciato. Questo soldato ne ha comprato un sacchettino. Ha pagato cinquanta afghani (la moneta locale), esattamente un dollaro. Un pasto qui costa il doppio, due dollari. Sicuro che questa gente ha scelta?

Perche’ devono avere tutti gli occhi color miele selvatico? Non e’ giusto. Adesso che (forse) sto per finire la seconda, lunga avventura afghana da una parte sono felice di tornare nel mio mondo senza polvere, dall’altra mi viene il magone pensando a questi bambini qui. Come fai a non portarteli dentro e a non desiderare, come l’anno scorso, di tornare? No, non e’ giusto quando ti guardano con quegli occhi che chiedono aiuto. E allora che puoi fare se non infilarteli nel cuore?

L’ho saputo casualmente stamattina. Il mio vecchio mullah, quello che avevo conosciuto l’anno scorso, e’ morto. Non e’ riuscito ad arrivare a 113 anni, ma mi sembra comunque un gran bel traguardo. Si chiamava Haji Lala Marza Khan e al di la’ della religione, mi aveva colpito la sua saggezza. L’avevo conosciuto dentro la sua casa, in uno dei palazzoni russi della periferia di Kabul. Era stato bello parlare con una persona che ne aveva viste e sentite tante.

Mi restano dentro alcune cose di lui.

“Bisogna pregare cinque volte al giorno. Io prego almeno il doppio perche’ devo pensare non solo a me ma a tutti gli altri”

  • Quante guerre ha visto in Afghanistan?

“Tante, sei guerre”

  • E quando ci sara’ finalmente la pace?

“C’e’ gia’ la pace. Gli uomini armati servono adesso a difendere la pace, non a fare la guerra. Spero di morire in pace”

C’e’ riuscito, almeno nel suo Afghanistan. Si’, c’e’ riuscito. Forse solo per un soffio.

Forse e’ un guaio usare piu’ il cuore che la testa. Me ne rendo conto adesso che sto per lasciare Kabul. Lo stesso magone di un anno fa. Poi ci si e’ messo Shafik a complicare tutto. Stasera ha invitato tutti noi a casa, mi ha presentato la sua famiglia: e questo e’ gia’ stato un bel gesto. Ha un padre incredibile: adesso capisco perche’ lui e’ cosi’ in gamba. Poi Shafik ha tirato fuori i regali. A me ha dato un tappeto che ricorda la lunga e dolorosa guerra con i russi che lui, da mujaheddin, ha combattuto. Non un tappeto prezioso, ma un tazebao. Mi ha chiesto di dargli una mia foto perche’ ne fara’ fare uno con la mia faccia! Poi mi ha regalato un vestito arabo e un sacchetto di nocciole: lo stesso anche agli altri. Giuro che ci siamo tutti commossi.

Mi ha dato il telefono del fratello che sta a Londra e dell’altro che sta a Mosca. Mi ha anche dato l’email di un suo amico ingegnere per mandargli messaggi(e foto: vuole vedere il tappeto nella mia camera). Abbiamo mangiato pollo e agnello. Poi mi ha presentato altri suoi amici. E a tutti orgoglioso faceva sentire le parole di italiano che ha imparato: “E allora… andiamo” ma anche “pronto”, “grazie”, “ciao” e, ti pareva, “caz…” e “cento dollari”. Mi sono sentito un cretino per aver imparato una sola parola in arabo: “bakshish”.

Poi abbiamo accompagnato a casa l’amico ingegnere. Ho visto che abita in una casa di fango. Mi sono sentito ancora un cretino perche’ mi lamento della mia casa afghana che, al confronto, e’ una reggia.

Ho deciso che gli regalero’ il cellulare che ho comprato a Kabul con scheda afghana naturalmente per comunicare almeno in citta’. Lo faro’ felice perche’ il suo l’ha perso la sera delle bombe, per aiutarmi, nella calca davanti la caserma, al buio. Era disperato perche’ per lui, che affitta auto agli stranieri, e’ il pane.

Shafik ha venticinque anni. Non vi ho mai parlato del fratellino, di diciotto, un’ipotesi di baffi per essere piu’ credibile come interprete. L’inglese in realta’ lo conosce solo che ha il difetto di parlare a raffica e di intercalare qualsiasi frase, anche la piu’ breve, con “mister Pino” ogni tre parole. Si chiama Yama. A lui regalero’ un orologio che ho comprato a Chicken street per avere l’orario di Roma. Norberto gli regalera’ il suo coltellino svizzero. Due oggetti che Yama si mangia con gli occhi.

Avrete capito che sto per partire. E avrete anche capito, sicuramente, che mi dispiace. Si’, colpa del cuore.

Le vostre mail

Caro Pino, inutile dire quanta tristezza e quanto orrore abbiamo visto in questi giorni in tv. In questo momento sono nella mia camera, ho appena finito di lavorare e anche io guardo la luna….una luna che sembra proprio diversa da quella che ci hai descritto tu. Non ti nego che ho paura, ho paura del momento storico in cui mi è capitato di esistere….Credo che siamo in piena era decadente sotto tutti i profili e, come ci insegna la storia, ogni era decadente termina con una guerra…che sia proprio questa quella che metterà fine ad una società troppo viziata, industrializzata e spesso priva di valori? Ogni giorno accendere la tv diventa un incubo.….e va sempre peggio, le voci e gli sguardi degli inviati non mi rincuorano…..per la Guerra del Golfo eravate diversi, più tranquilli…..sembrava quasi “finto”…ma adesso…adesso siamo tutti, i primi voi che la vivete in prima persona, terrorizzati! In questo momento mi vergogno di appartenere ad uno stato che ospita basi nato, e ad un’Europa che non ha saputo essere unita per la pace. Non accetto che l’Unione Europea sti a guardare passivamente una guerra, o meglio un attacco in piena regola, che l’America sta muovendo per scopi puramente economici. Non accetto che migliaia di innocenti, bambini, donne e uomini come noi muoiano perchè hanno avuto la sfortuna di nascere in una terra ricca di petrolio…. Non accetto l’ipocrisia dell’America che si atteggia a “salvatrice” dei popoli, prima bombardando e poi distribuendo cibo e aiuti… Non accetto che un popolo, per quanto sottomesso e privato di ogni libertà, debba pagare con la propria vita …mio padre è nato in Italia in piena guerra, e nei suoi racconti di bambino c’è solo terrore, paura, tristezza, orrore, fame e povertà. La guerra è solo l’inizio, ma quando le telecamere si spegneranno, quando la guerra sarà finita (sperimo presto) i giorni della ricostruzione saranno lunghi e molto difficili… Non voglio sembrare anti-americana, ma in questi giorni mi chiedo…perché i morti nella strage delle torri gemelle sono “vittime”, e i morti nelle strade polverose dell’Iraq sono solo carne da macello? Perché mostrare i prigionieri di guerra americani ed inglesi è “uno spettacolo di cattivo gusto, qualcosa di cui vergognarsi”, mentre le tv italiane hanno trasmesso le immagini dei prigionieri iracheni? Scusate….non ho ben capito…ma la vita di un americano ha un valore diverso rispetto a quella di un iracheno? E rispetto a quella di un ebreo, di un filippino, di un cinese, di un italiano, di un cubano….quanto vale la vita di un americano? Ho come l’impressione che buona parte della stampa italiana stia facendo una spudorata propagando pro America….che ne pensi?Lavinia (Palermo)

Non e’ propaganda. Diciamo che e’ il Sistema. Che affossa tutto il resto. I fili di quel Sistema sono tirati dalla piu’ grande potenza mondiale. Puoi anche dire il contrario ma il Sistema lo metabolizza e lo annulla. Tutte le televisioni occidentali, comprese quelle italiane (pubbliche e private) hanno mostrato le immagini del bombardamento al mercato di Bagdad, le vittime civili. Eppure non “contano”. Lo so, basta fare i conti. I morti delle due torri sono stati circa tremila, una grande tragedia. Dodici anni fa durante i bombardamenti di B agdad morirono duecentomila irakeni ma anche allora era una guerra “giusta” che liberava il povero Kuwait. Sono stato mesi in Kuwait in quel periodo. Ho trovato che quella striscia di sabbia zeppa di petrolio e’ dominata da una sola famiglia, gli al Sabbah. Ma “Desert storm’ resta un’operazione militare ineccepibile, per tutti. Pero’, stai tranquilla. Non e’ la fine del mondo. Non c’e’ mai stato un attimo senza almeno una guerra, nella storia dell’umanita’.

Sono un 36enne  convinto che per la pace si debba lottare in ogni maniera fino all’inverosimile. Tuttavia penso anche che talvolta sia purtroppo necessario ricorrere alle armi: non fraintendermi, non sono un guerrafondaio, anzi, ma riconosco a mie spese che non è semplice in certi casi riuscire a non prendere un’arma in mano. Non voglio giustificare nessuno, sia chiaro, anche perchè nel caso Iraq io avrei proseguito forse ancora un pochino con le vie diplomatiche, anche se quel bischero di Saddam evidentemente avrebbe proseguito a prendere tutti per i fondelli. A parte comunque ciò che penso io, condivisibile o meno, vorrei, se possibile, poterti essere d’aiuto in qualche maniera. Non hai che da chiedere, e come me, penso anche tanti altri (compresi i pacifisti che poi provocano scontri in piazza e coloro che bruciano le auto americane) sarebbero lieti di poter fare qualsiasi cosa per essere d’aiuto a te o a qualsiasi movimento pacifista presente nella tua zona. Come diciamo da queste parti (friuli), un caloroso MANDI, Alex

Mandi…caro Alex. Rispetto quello che dici, anche perche’ e’ evidente la buonafede. Ma l’ho ripetuto mille volte: non ci sono guerre giuste, ne’ buone. E poi chi decide chi sono i buoni e i cattivi? I piu’ forti? Forse Saddam ci prendeva per i fondelli, certo e’ che per mesi (per mesi!) gli ispettori non hanno trovato uno straccio di prova. E poi…quanti ce ne sono di piu’ pericolosi?

Ti avevo chiesto qualcosa di specifico sulla condizione della donna, certo è un argomento molto vasto…ci sono parecchie cose che vorrei chiederti e non riesco ad essere più precisa, non so…ad esempio come vengono trattate le donne, quale è il ruolo della donna nella società, come funziona la sharia…Complimenti per i tuoi articoli, sono davvero interessanti e trasmettono davvero delle emozioni, non sono freddi come quelli della maggior parte dei giornalisti…continua così =) Vale

Quando torno in Italia, magari con calma. Fammi pure domande. Posso farti un esempio, intanto, per capire. Ai tempi dei talebani le donne non potevano ne’ studiare ne’ lavorare. Adesso lavorano. Ma non percepiscono alcun salario. Bella svolta.

Ciao Mitico Kruger, ormai sono due anni circa che quotidianamente affolli la mia casella di posta elettronica con i temi più disparati ma con tanta allegria che naturalmente nasconde sempre la realtà delle nostre esistenze. Siamo nel pieno di questo conflitto che ci piaccia o no ci coinvolge in prima persona tutti quanti. Mi costa scriverti queste righe sicuramente piene di errori, perchè volevo rimanermene fuori da tutto questo blaterare sia da una parte che dall’altra. Odio l’ipocrisia, ma voglio dire dove sono i pacifisti e i guerrafondai quando in tutta l’Africa le cose che Saddam fa, le fanno oramai da tempo, dove sono quando in Cina tutti gli anni vengono uccise più di 5000 persone con processi sommari, dove sono queste persone quando tutti i giorni i nostri confini sono invasi da disperati che scappano da un’esistenza (secondo il nostro modo di vivere) disperata. Diciamo grazie a Bush………….grazie di cosa, però ricordati caro Kruger che nel momento in cui la nostra economia dovesse ripartire e penso che grazie alla guerra questo accadrà e tutti quelli che adesso portano la bandiera della pace vedranno riaumentare il loro conto in banca , le loro azioni saliranno e potranno andare in ferie in questi paesi sfasciati, sentendo in Loro quel sentimento di superiorità che nel Loro paese non possono sentire, bene allora vedrai che il Sig.Bush, Berlusconi, D’Alema, Aznar, Blair etc riprenderanno una barca di voti ed andranno di nuovo lì a legiferare, ricordiamoci che Loro sono l’espressione di chi li ha votati, Io per primo. Signori siamo tutti in sovrappeso quando l’80% della popolazione mondiale non lo sa neanche scriverlo, pensateci siamo realisti è bello andare in chiesa e poi appena usciti tirare una bestemmia. Ricordatevi che prima di tutto siamo animali, che ci piaccia o no viviamo per riempirci la pancia il + possibile, lo so sarebbe bello vivere tutti in pace belli grassottelli e via dicendo, mi dispiace informarvi che non è possibile trattasi di UTOPIA……..ne so qualcosa in quanto credo nell’anarchia. Sabato sera andate a mangiarvi una pizza e pensate quanto costa quella pizza in termini di vite umane. Il WTC insegna, tanto odio nei nostri confronti da dove può venire…..ve lo dico Io, dalla pancia vuota di vostro figlio. Non esiste Dio. Presidente o altro che possa far scattare tanto odio. Scusate per queste righe sconclusionate ma è cio che provo, Massimo Tofani

Serve ricordare per l’ennesima volta una cifra: i privilegiati, cioe’ i cosiddetti ricchi (noi) equivalgono al cinque per cento della popolazione mondiale. Il novantacinque per cento muore letteralmente di fame.

Molto emozionante questo tuo diario. Ne sono turbato ma ne sento subito l’umanità e il senso di necessità. L’ho appena scoperto. Vorrei capire bene come vivono la guerra i soldati italiani. Io credo che loro si trovino a pieno titolo dentro il conflitto e che, pacifismo etico e religioso a parte, di questo tutti (destra e sinistra, filo americani o filo “europei”) dovrebbero prendere atto. La mia paura è che si aspetti cinicamente che ne rimangano tragicamente coinvolti per poi dire cosa? Che entriamo in guerra perché attaccati o che per colpa di Berlusconi è morto uno o più italiano che era meglio stesse a casa sua? Un’altra mia curiosità è su quanto veramente viene fatto per capire in che modo la cultura araba e afghana in questo caso possa uscire dal tribalismo. Io credo che il processo di moderninazzione non possa essere innocuo. Non lo è stato per noi europei perché dev’essere per gli altri? La secolarizzazione di una cultura a fondamento religioso è cosa ardua e dolorosa. Quali forze intellettuali e politiche afghane sono in campo su questo fronte che non usa le armi ma quelle più fragili dell’intelligenza e dell’umanità? Forse in questo potranno essere determinanti i movimenti femminili… lo credo veramente e ricordo che prima della guerra in Afghanistan si parlava di questi, oggi invece che succede? Angelo Amoroso d’Aragona

L’ho gia’ detto: la riscossa, anche in Afghanistan, puo’ partire solo dalle donne. Ed e’ gia’ partita in effetti, anche se la strada e’ ancora molto lunga. Non credo tuttavia, hai ragione, che noi occidentali ci sforziamo molto per capire una civilta’ cosi’ lontana dalla nostra. I soldati italiani? Sono determinati, sono soldati. Fanno il loro lavoro e stanno operando in una zona sicuramente ad alto rischio. Forse non tutti in Italia l’hanno capito.

….questi pacifisti….una ne fanno e cento ne pensano….chissà forse affetti da un virus che non li fa smettere di sperare e non si arrendono e continuano a manifestare, con ogni mezzo, questa voglia di Pace….che sia una “malattia” pericolosa e,  sopratutto, contagiosa? Magari!! Patrizia

E’ da diverso tempo che ti seguo e volevo farti i miei complimenti per come svolgi il tuo lavoro in quei posti, mi chiedevo anche come tu faccia a vivere in una terra non tua (lontano da casa), come tu faccia a resistere e a lavorare con la realtà della guerra e più che altro alle conseguenze della guerra… tu ci metti di fronte a realtà che non sono nostre; immagino che questa esperienza ti abbia cambiato, lo noto dai tuoi scritti…a volte ti invidio..nel senso buono del termine, ti invidio perchè ti fai portavoce di persone, e luoghi che altrimenti non avrebbero risalto…sì perchè credo che tu con il tuo modo di fare informazione ci metti davanti alla dura realtà…quella realtà che noi siamo abituati a vedere in televisione, una realtà che sparisce ahimè quando la spegniamo. Anche grazie a te ho capito che il mondo è diverso da quello che vivo io o viviamo noi, come dicevo siamo abituati a vederlo come ce lo presentano. Il sapere che davvero c’è gente che soffre e vive la guerra … è disarmante. http://n3f3R.splinder.it

Gia’. Realta’ e finzione. Batto spesso su questo tasto: non e’ facile capire che esistono mondi in crisi assolutamente reali. Il compito di un cronista e’ di mostrarli. Certo che sono cambiato, da tempo, perche’ da tempo faccio questo lavoro. Ti diro’ di piu’: capisco l’invidia, perche’ mi sento un privilegiato. “Noi abituati a vedere in televisione…”. Appunto, qualcuno deve andare nei posti per farli vedere in televisione. Il mio mestiere e’, appunto, questo. Con qualche appendice personale come una volta i libri e adesso questo diario. Mi interessa molto portarvi con me perche’ conoscere significa amare, quantomeno capire. Sono orgoglioso di provocare almeno un dubbio nelle nostre occidentali, comode certezze.

Stasera ho visto al telegiornale dei bambini che cercavano tra le macerie di una scuola irachena i resti di quaderni, disegni stropicciati, piccole memorie e, forse, vite. Mi ricordo che eri a San Giuliano di Puglia, in quei giorni di tragedia. Gli angeli, i piccoli angeli. Vorrei che i due pesi e le due misure non appartenessero alla profondità dei nostri cuori. Ma forse anche di queste altre infamie vive l’uomo. Giovanni Fiorentino www.gianni.splinder.it

Si’, ricordo bene i piccoli angeli di San Giuliano. E ricordo anche i bambini delle favelas colombiane che mangiavano la terra o quelli africani che mi ferivano per una caramella. Questi che vedi sono bambini afghani che stanno cercando nell’immondizia nel greto del fiume di Kabul. Vivono dei resti, come la maggioranza dei popoli del mondo. Vivono dei resti, come dicevo prima, di noi pochi privilegiati. Quest’idea mi fa spavento. Perche’ addirittura, spesso, gli rifiutiamo anche quelli.

ecco come voglio diventare, ecco quale il senso di una professione che rischia di farti perdere l’orizzonte. così voglio essere da quando sono ragazza, così sto lottando per diventare. voglio fare la giornalista e farlo con il cuore, proprio come te, perchè solo con il cuore si può fare limpidamente questo lavoro..perchè non è un lavoro, ma una missione e già in una scuola di giornalismo in molti stanno perdendo il senso, o forse non l’hanno mai avuto, perchè certe cose si sentono dentro. e io mi sento dentro questa voglia di parlare del mondo come fai tu, con passione e coinvolgimento, con quell’amore per l’umanità che in pochi hanno. ho solo 24 anni, tanti sogni, tanta voglia di cambiare un po’ di cose..credo questo lavoro lo permetta, se fatto in un certo modo, ma attorno ho già miei coetanei affamati di scoop e successo che vengono ascoltati più di me…ma io insisto. buon lavoro, Pino, e grazie per trasmetterci quello che vivi, per donarci una parte degli occhi che vedi… http://ilmonello.splinder.it

Guai a te se non resisti,. Probabilmente sara’ dura ma, credimi, ne vale la pena. Sentirsi vivi conta molto di piu’ di un presunto successo. Non cambiare.

Infilarseli nel cuore……Ogni giorno viene amputata la vita di migliaia di uomini e donne; di un innumerevole quantità di adolescenti che non avranno occasione di cominciare almeno a intravedere il contenuto dei propri sogni. Soffriamo il fallimento totale di una concezione della vita dell’essere umano sotto i cui valori e ideali sono nate le società così dette moderne. Questi tempi così contradditori ci portano a interrogarci sulle nostre responsabilità individuali, perchè la storia è fatta sì dai grandi,dai capi,dalle nazioni, ma anche da noi singoli, dalle nostre scelte, dalla nostra volontà di accettazione o rifiuto della folle volontà di distruzione. La guerra è sempre morte e distruzione. Recuperare questa coscienza vuol dire recuperare la vista, togliere il velo dell’ipocrisia, dell’assuefazione o dell’indifferenza da davanti agli occhi. Esiste una sola pace,una sola terra e un solo tempo in cui possiamo vivere, una sola umanità in cui possiamo riconoscerci. Ricordiamolo a chi, potente ma cieco, ancora si affida alla forza delle armi anzichè alla forza della ragione e al primato della vita. Cecy http://asialunando.splinder.it

Ciao Kruger. In genere mi limito a godermi le tue mail quotidiane, ma questa volta voglio segnalarti una cosa che mi irrita notevolmente. Si tratta di una forma un pò troppo estrema di coercizione usata dallo stato per recuperare tasse non pagate. In quei casi si “limitano” a bloccarti l’auto pena un ammenda astronomica nel caso la si usi lo stesso. Pare sia una legge presente nella nuova finanziaria per il 2003 ma nessuno di tutti i miei colleghi o conoscenti ne sapeva nulla. E’ stata ben mascherata. Mi rivolgo a te per farla conoscere il più possibile grazie alla tua numerosa tribù. Ti allego il link del sito www.contribuenti.it dove c’è un articolo di Focus in cui hanno trattato il problema: http://www.contribuenti.it/stampa/focus_aprile2003.asp Spero tu ritenga che l’argomento possa essere di interesse comune. In ogni caso voglio che tu sappia che apprezzo moltissimo il lavoro che svolgi quotidianamente per la tua tribù!!! Sandro

Rispondo per Kruger che mi ha passato la tua mail. E’ sicuramente un argomento di interesse generale. Sono d’accordo pure sulla coercizione. Ma credo che il problema sia un altro, sempre il solito. Che a pagare le tasse siano (siamo) sempre gli stessi. E la vera ingiustizia e’ che si colpiscono i deboli perche’ i veri evasori sono imbattibili.

Pino Scaccia, Kabul 2 aprile 2003

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Cartoline da Kabul

4 agosto 2010

Donne senza burqa, donne coraggiose. Piu’ che le parole stavolta credo sia importante mostrarvi queste facce. Facce pulite, scoperte, belle, esemplari. Facce di speranza. Oggi la cooperazione italiana ha festeggiato a Kabul, sia pure con qualche giorno di ritardo, l’8 marzo. Ha scelto quattrocento donne, a ognuna ha dato un sacco di riso e una rosa. La maggioranza aveva il burqa, ma molte di loro erano a viso scoperto. Non ho fotografato pero’ le vecchie perche’ dopo i cinquant’anni qui e’ normale, legale, togliersi il burqa. Ma ho guardato con attenzione e ho fissato le facce giovani, non solo perche’ sono belle ma perche’ rappresentano un futuro migliore. Basta guardarle negli occhi e nei loro sorrisi per credere davvero in un riscatto dell’Afghanistan.

Questa e’ la luna di Kabul, quasi piena, che sfonda anche stanotte buio e silenzio. Non mi va molto di parlare. Non perche’ stia male. Al contrario perche’ sto bene e mi va di stare con la finestra aperta, anche se fa freddo, a guardare quell’affare luminoso lassu’. Mi viene in mente “Spunta la luna dal monte” del grande povero Bertoli e mi ricorda la Sardegna e mi viene in mente che quella luna sarda somiglia molto a questa. L’impressione e’ forte, fisica. Non parlo della Sardegna luccicante, naturalmente, ma della Barbagia dura e selvaggia e generosa. Allora, il problema non e’ la luna. La luna in realta’ e’ la stessa, ma e’ diverso il contorno compresi quelli che ci stanno dentro. Non e’ facile capire, bisogna esserci.

Ragazzi. Anzi, ragazzini. Stipati sopra un camion, mezzo di trasporto abituale per chi non ha i soldi per un’auto privata. Non so da dove vengono ne’ dove vanno. Ma so chi sono. Sono i figli della miseria e i protagonisti del futuro dell’Afghanistan. Abbiamo tanto parlato della condizione femminile, della difficile strada delle donne, ma forse abbiamo trascurato questi ragazzi che vivono una vita di stenti e hanno il destino gia’ segnato. Loro fanno parte dell’illusione infinita, non sono quelli che si sono infilati nel nuovo corso del Paese che si e’ fatto comprare dai dollari. Loro vivranno come vivono adesso, nell’altro Afghanistan: affamato, disperato, vittima di guerre e di carestia, esattamente come negli ultimi decenni.

Mi piace quest’immagine, scattata per caso. Due uomini che si incrociano sul ponte proprio sopra quell’unico, piccolo tratto del fiume dove c’e’ acqua. Mi da’ l’idea della scelta, di un bivio. Forse sono io che stasera mi pongo una serie di quesiti. Questa e’ la notte dell’attacco. Non e’, dunque, una notte qualsiasi. E’ una notte in cui si decide fra la vita e la morte.

Sto qui, nella mia stanzetta, mentre fuori c’e’ la luna piena. Sto aspettando di andare a collegarmi con “Porta a porta” per parlare del battesimo del fuoco degli alpini. Strano posto l’Afghanistan dove “tecnicamente” non c’e’ piu’ la guerra ma si continua a morire.

Ho freddo. Quando aspetti, viene da pensare. E allora ricordo che anche la notte di un anno fa non dormivo perche’ stavo a Bologna per raccontare di un incubo: la morte di Biagi, il ritorno dei fantasmi brigatisti, una notte piena di paura del futuro. Ricordo anche un’altra notte drammatica, nove anni fa, quando fu trucidata una ragazza coraggiosa, che faceva il mio mestiere, Ilaria Alpi, insieme a un operatore che non aveva paura. E mi torna la rabbia per non conoscere ancora la verita’. Mi fa uno strano effetto ripensare alla vita giovane di Ilaria finita improvvisamente in un Paese lontano, su una strada polverosa, adesso che sto qui, in mezzo alla polvere.

Che altro? Gia’, la luna. Stanotte e’ piena. Ma non mi viene in mente adesso nulla di romantico. Piuttosto capisco che e’ una luna maledetta perche’ e’ perfetta per un attacco.

Un fascio di luci colorate che catturo correndo nella notte di Kabul. Qui sono gia’ le due e sto andando ancora a collegarmi con “Porta a porta”. Perche’ le luci: perche’ qui siamo ormai nel nuovo anno islamico, il 1382. Ma nessuno ha la voglia di festeggiare. Anche perche’ qualsiasi botto sarebbe preso molto male. Le luci di una festa saltata sono comunque belle, rispetto alle luci di morte delle notti irakene

Mi hanno svegliato presto stamattina e pensavo di sapere di Baghdad e invece ho scoperto che le truppe americane avevano bombardato anche l’Afghanistan. Gli stessi marines che per due volte ci hanno accompagnato a Khost e che stavano inchiodati alle loro mitragliatrici. Si chiamano “i diavoli bianchi”. Perche’ diavoli lo so, ma perche’ bianchi?. Ne ricordo bene uno, soprattutto. Faccia da attore, anzi da Big Jim, ad essere esatti. Gli sono stato vicino per tutto il viaggio sfiorando il gelo del portellone aperto a quattromila metri. Scattavo foto. Lui a un certo punto mi ha fatto: “Qui non stiamo scherzando”. Adesso so quello che voleva dire.

La festa continua. Da noi diremmo che Kabul sta celebrando il “ponte” di Capodanno. Tutto chiuso ieri, primo giorno dell’anno di Maometto 1382, tutto chiuso oggi e anche domani. Molta gente in strada, tutti eleganti (impressionati i burqa stimatissimi), ancora picnic e grande movimento. In pieno centro di Kabul e’ stata piazzata una giostra per bambini. Mica mi aspettavo un luna park come a Disneyland ma…ecco la giostra, tutta di legno, grezza, spinta a mano. Direte: che tristezza. No, un miracolo. Oggi ho visto tutti i bambini sorridere. Erano davvero felici. Sicuramente piu’ felici dei nostri bambini che dopo averci fatto spendere una fortuna per provare tutti i giochi piu’ costosi del luna park cominciano a strillare perche’ rifiutiamo l’ennesimo gelato e, figurati, la sera non li portiamo neppure al cinema. E allora sono costretti, dopo la giornata al parco, a passare la sera nella loro cameretta ricca davanti al loro televisore a vedere i loro dvd, chiacchierando con gli amici con il loro telefonino. Imbronciati.

Ho saputo della morte di altri reporter nel Golfo. Strano mestiere, quello di raccontare. Una voglia che, quando va bene, ti tirano le pietre. E quando va male ti costa la vita.

Un cielo grigio, gonfio di pioggia, un elicottero che sembra un animale ferito. Mi vengono i brividi. Da due giorni guardo questa foto, l’ho messa nel desktop. Stasera mi chiamano. La notizia: “Caduto un elicottero americano fra Gardez e Baghram. Sei morti. Non si esclude l’ipotesi di un attentato“. I primi brividi per la concomitanza. Adesso so che quell’animale nel cielo (perche’ mi ricorda tanto un gabbiano?) non era ferito, era morto. Naturalmente non quello, ma uno come quello (il cielo e’ lo stesso). I brividi successivi sono arrivati per la consapevolezza dei rischi che ognuno di noi corre quando sale li’ sopra. Gia’ per quattro volte sono salito su un Chinook pieno di munizioni. E ci tornero’.

Le vostre mail

Caro Pino Scaccia, le faccio i miei complimenti per il contributo che svolge e i sacrifici che compie come giornalista inviato sul campo.Ci sono alcune domande che le voglio fare:è vero che nel territorio afhgano devo o dovranno passare metanodotti ecc. e che questo a contribuito alla guerra quindi è presumibile che dell’irak serva il petrolio?!?!disapprovo ogni forma di terrorismo, ma anche ogni forma di guerra che nasconda interessi precisi. Mirko Rinaldi

L’Afghanistan “serve” per molti motivi. Ma inutile girarci intorno. Le guerre, a partire dall’alba del mondo, nascono da interessi economici, anche se spesso sono mascherate e “nobilitate”. Certo che il petrolio e’ centrale. Pensi forse che ci siano guerre positive? Umanitarie? E chi decide chi sono i buoni e chi i cattivi? Figurati, i pellerossa stavano tanto tranquilli a casa loro, neanche tanto tempo fa. Poi sono arrivati i cow-boy.

Ciao Pino, di solito leggo Kruger in ritardo, perché accumulo le mail e le leggo tutte in una volta (5 0 6, a volte anche 10). Stavolta non ci sono riuscita. Qualcosa di magnetico mi è arrivato quando ho visto FiloDiretto da Kabul e l’ho letta tutta d’un fiato appena arrivata. Mi ha colpito al cuore, devo dire. Non che tu dicessi cose che io non avessi ma avuto modo di conoscere, ma il tuo racconto era straordinariamente doloroso e al tempo stesso forte e coraggioso. Questo mi è rimasto addosso. In anni che Walter ed io ci occupiamo di tanti argomenti, dai più stupidi ai più complessi, siamo arrivati a conoscere e comprendere tanti argomenti che dovrebbero avere una diffusione ben maggiore, come i contenuti (tanto per dirne una) degli spettacoli di Grillo (solo per farti capire cosa intendo). Quindi sono, come si può dire, “di casa” in mezzo a notizie, cronaca e argomenti scottanti toccati e non dai mass-media. Ma anche se la tua mail non conteneva niente di particolarmente nuovo (spero tu non ti offenda), cioè nulla di eclatante che non si conosca almeno in parte, giuro che mi ha lasciato di stucco. Ripeto, non sono i contenuti, anche se ultimamente nessuno parla così e nessuno parla più di questi posti, che ormai sono “fuori moda”. Quel che mi ha toccato è stato il tuo sguardo sulle cose. Riagganciandomi al discorso di prima, conoscere posti devastati come Kabul ed entrare in contatto con mondi a noi “colti” occidentali così lontani, sarebbe un’esperienza dovuta e formativa, che nessuno, praticamente, farà mai. Tante persone avrebbero bisogno di… come dire… una bella lezione di vita. Conoscere posti dimenticati e modi di (non) vita dovrebbe essere obbligatorio come lo sono le vaccinazioni. Questo è quanto mi sale dal cuore dopo averti letto. Ti ringrazio per quello che mi hai dato e che, credo, tu hai dato ai fedeli lettori di Kruger.Giulia

sono senza parole, le foto, le tue immagini raccontate mi hanno fatto venire dei brividi, vorrei sottoporti tante cose, porti tante domande, ma mi limito a pensare alla bellezza che il tuo articolo porta con sè e mi sento felice nel potertelo comunicare, grazie di cuore per i brividi che dentro mi hanno riscladata e quando puoi, se ti interesserà chiedimi il giornale online di cui mi occupo: albatros, sarò lieta di farti avere i miei sogni e le mie speranze. una carezza ti giunga sulle note della musica più sacra, il silenzio di un’emozione regalata. Lulu

Quando tornero’, senz’altro. Per ora, qui, ho solo brividi di freddo. Ma mi piace l’idea di trasmettere altri brividi, vuol dire che riesco a portarvi dove sono io, fra gente che ha bisogno prima di amore e poi di aiuto concreto.

…a proposito della Luna di Kabul, ti racconto una cosa. 16 anni fa andai a San Francisco, ospite del mio ragazzo di allora, americano. Mi ricordo che una sera, eravamo fuori in giardino, a guardare cielo e stelle, e mi disse: “Vedi? Quelle sono le stesse stelle che vedevamo in Italia. La stessa luna. Quando saremo di nuovo lontani, e le guarderemo, pensa che sopra di noi c’è un unico immenso cielo, le stesse stelle che guardi tu le guardo io.” Eravamo moooolto + giovani. eppure me lo ricordo ancora, il calore di quelle parole. Certo, anche la luna a Kabul è diversa, perchè LEI guarda, sotto di sè, una realtà ben diversa dalla mia, dalla nostra. Ma mi piace pensare che, in una sorta di collegamento via satellite, guardandola i miei pensieri giungano anche dall’altra parte del mondo, a chiunque, come me, ha ancora la voglia di alzare gli occhi al cielo. Chimena

Ma certo che arrivano. Basta crederci. Anche se non siamo piu’ tantoooo+giovani.

Caro Pino, sento il bisogno di ringraziala ancora una volta. La guerra in Iraq è scoppiata, anche l’Afghanistan ne risente e io ho paura. Grazie a lei riesco a sentirmi più vicina a Khost e al mio ragazzo. Le telefonate dalla Base Salerno sono poche e corte e i suoi articoli, i suoi collegamenti e la sua voce riescono in un certo senso a tranquillizarmi.Grazie grazie grazie, io la stimo con tutto il cuore e anche se non la conosco sto imparando a volerle bene. Daria

Continuo a sottolineare le difficolta’ di comunicazioni dall’Afghanistan. Figuriamoci da Khost, in mezzo alle montagne e senza il supporto tecnico che la Rai offre a me. Daria, credimi, ogni telefonata del tuo ragazzo e’ un atto d’amore. Appena torno alla base Salerno ti nascondo nel borsone, ok?

L’Italia vive un nuovo compromesso storico tra parole e fatti. Da Baghdad ci parlano il tono accorato e la foto del bel viso di Giovanna Botteri, ma l’economia è felice. La TV ci dice anche questo. A Roma, da cui ti sto scrivendo, si respirano rimozione e rabbia educata e civile. Non so che aria si “respiri” a Kabul, sto pensando a quella che entra in molti nasi con tutta la polvere e penso a chi ha la febbre, alla donna col burka e ai profughi. Alle migliaia di persone che sotto le belle luci nella notte di Baghdad scrutano l’ombra scura dei b52 in volo. Si possono spegnere in fretta, le luci e le persone. Ecco perché è oggettivo il racconto della tua febbre. Perché l’ostinazione caparbia con cui scrivi questo diario, che è un racconto d’amore da un paese in guerra, può essere anche un conforto, per te. A noi fa uno strano effetto pensare che parli dalla scatola televisiva e al contempo sei così innaturalmente vicino e lontano. Oggi lo spazio si distribuisce sull’arco delle parabole aeree in quota. Là sotto molti troveranno difficile respirare e far battere il cuore senza sentire una pressione alle tempie e tutte le forme fisiche della paura. Alcuni di loro hanno indubbiamente la febbre. Il tempo, quest’oggi, è un conto alla rovescia, scandito da un’opinione pubblica col telecomando in mano. A te la febbre è passata. Ne sono personalmente contenta. Valeria

Per fortuna, noto con piacere che hai capito. Ci sono situazioni in cui non c’e’ nulla di personale nella febbre. Figuriamoci nella polvere.

Ti voglio raccontare una cosa ‘ridicola’ che ho sentito oggi su rai 2… suonava pressappoco così: ‘l’informazione dal fronte di guerra è tutto al femminile… tutte le reti, Rai e non, hanno giornaliste come inviate speciali”..Bisognava non rimanere indietro rispetto alla CNN? -dico io ….Mi fa tanta tristezza, in un momento come questo, notare che ‘l’inviata speciale fa tendenza’ e che il mondo della telecomunicazione ‘cambia look’ per essere ‘à la page’.. Perdona la mia amarezza, ma credo che bisognerebbe essere più seri… Lucilla

E’ una tendenza, come dici, partita l’anno scorso. Ne ho gia’ parlato, non vorrei riparlarne perche’ in qualche maniera (lo capisci) sono parte in causa. Ripeto solo un concetto fondamentale: per me esistono solo colleghi bravi e colleghi non bravi. Il sesso non conta. Posso aggiungere che la rovina della televisione sono i giornali: ne parlano troppo.

volevo sapere qualcosa di specifico sulla condizione della donna lì a Kabul in quanto vorrei trattare l’argomento nella mia tesina per la maturità. Vale

E mi dici niente. Qualcosa di specifico cosa vuol dire? Da dove devo cominciare?

Pino Scaccia, Kabul 24 marzo 2003

http://kabul.splinder.it

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In diretta dall’Afghanistan

4 agosto 2010

Non mi sembra di essere mai partito. Sara’ perche’ all’aeroporto trovo Shafik, il mio fido driver. Sara’ perche’ tutto mi sembra familiare a Kabul, soprattutto i problemi. Fa un freddo cane, il caos di giorno e’ indescrivibile cosi’ come il silenzio appena fa buio. Energia pressocche’ inesistente.. Collegamenti quasi impossibili. Tutto uguale. Shafik mi dice subito che Kabul adesso e’ diversa, non e’ piu’ una citta’ pericolosa, poi appena tento disperatamente di strappare una stanza all’Intercontinental, l’unico albergo della citta’, mi raccontano di una sparatoria proprio ieri nella hall. Due afghani che sparano a un americano e un inglese piu’ svelto che uccide i due afghani. Naturalmente la stanza non c’e’ e torno ad abitare in una delle tante guest-house che sono praticamente villettine trasformate in qualcosa che somiglia a una pensione. E neanche e’ facile trovar posto perche’ adesso questa terra martoriata fa gola e continuano ad arrivare imprenditori veri e presunti in cerca di affari. Predoni. Povera Kabul sempre in guerra contro qualcosa o qualcuno.

A dispetto di tutte le carenze nei servizi essenziali (e’ complicatissimo comunicare anche con il telefono satellitare) sono nati due Internet point. Il mondo mi sembra piu’ vicino.

Abito in Silk street, la via della seta. A prima vista sembrerebbe uno sfotto’ per la miseria e le macerie che circondano la casa. Poi capisci che in realta’ e’ un inno alla speranza. E’ una maniera afghana per sognare l’uscita dal tunnel, per regalarsi una parvenza di normalita’. La seta equivale a un’illusione. Pero’ qualcosa di cambiato a Kabul c’e’. Per esempio, la voglia di ordine. La polizia non ha ancora una divisa, anzi ne ha troppe per cui non ne ha nessuna, ma intuisci che molti passi avanti sono stati fatti per garantire la sicurezza. I controlli e le regole adesso ci sono, segno di uno Stato che si affaccia.

Non e’ cambiato nulla invece, a dar retta alla prima impressione, nelle condizioni di vita degli afghani. Sei sempre circondato da una selva di bambini, laceri e scalzi, che spuntano a frotte ovunque e che ti chiedono il bakshish, la mancia, una parola che forse non casualmente ha una strana assonanza con l’unica autentica sciagurata ricchezza del Paese, cioe’ l’oppio. Bakshish e’ la parola che senti piu’ spesso da queste parti perche’ la poverta’ e’ imperante. L’alternativa e’ paisa’ che non e’ un saluto napoletano ma il denaro come si chiamava ai tempi del re. Quel re che Roma ha ospitato durante il lungo esilio e che fa dunque degli italiani i primi grandi amici degli afghani.

Quella che non mi sembra assolutamente cambiata, per tornare ai problemi, e’ la condizione delle donne. Vestono (vestono?) tutte ancora il burka, salvo rare eccezioni. E finche’ le donne saranno annullate da quell’indumento ignobile, finche’ resteranno esseri che camminano, non persone, l’Afghanistan non potra’ mai dirsi un Paese civile.

Stasera e’ molto difficile scrivere. Manca la luce e batto i tasti con un dito solo perche’ una mano deve tenere la lampadina d’emergenza. Poi fa anche piu’ freddo del solito perche’ non funziona naturalmente neppure la stufetta. Mi era sembrata troppo comoda, finora. Per il mangiare ce la caviamo con la cena afghana che poi non e’ cosi’ male (polpette di montone al sugo) ma l’importante e’ che gli anticorpi, ormai collaudatissimi, siano pronti anche stavolta.

Oggi siamo stati alla caserma 57, sede del comando interforze Isaf, a conoscere i soldati italiani. Fuori la caserma c’erano intere famiglie a chiedere acqua e biscotti. Molti altri afghani li abbiamo ritrovati piu’ tardi a ridosso del poligono di montagna, un poligono naturale sulla strada per Jalalabad invasa per chilometri, ininterrottamente, da relitti , carcasse, pezzi di carri armati russi: un autentico cimitero che ricorda i dieci anni duri di guerra con l’esercito di Mosca.

I ragazzi soprattutto erano affascinati dalle esercitazioni degli incursori del Colmoschin. Amano gli italiani questi ragazzi, forse perche’ sono fra i pochi che fuori la caserma regalano acqua e biscotti. E che addirittura gli sorridono. “Ma anche perche’ – mi confida un tenente – gli permettiamo di portar via i bossoli che poi vendono”. Italiani brava gente, anche quelli con il fucile, menomale.

Quando l’ho vista sono rimasto folgorato. Vestita di stracci, zoppicante. Le braccine martoriate dalle piaghe. Poi si e’ girata. Il sorriso. Gli occhi, due saette. Ci si puo’ innamorare di due occhi? E soprattutto: due occhi possono rappresentare un intero Paese? Se non fosse per altri motivi, io amerei l’Afghanistan, da stamattina, solo per gli occhi verdissimi, profondi, incantati di Shatia. Non la rivedro’ piu’, o forse la rivedro’ perche’ so dove abita, ma mi sento comunque di aver trovato un’altra figlia. Che va ad aggiungersi alla mia grande famiglia dell’anima: insieme a quella faccetta curda, a Niko scugnizzo albanese, a quel diavoletto di Medellin, a quegli occhioni sudanesi pieni di lacrime perche’ non capivano il colore della mia pelle, a Ina, ragazzina croata senza le braccia o a quel troncone tenerissimo di Svetlana bambina sfortunata di Chernobyl (ho visto solo la sua meta’, quella superiore, perche’ solo quella aveva). Shatia, dunque, e’ la mia figlia afghana. Le ho dato un discreto bakshish ma sento di non averle dato niente per quello che si merita. E’ cosi’ bella che sicuramente e’ in forte credito con la vita.

Ho incontrato Shatia stamattina in un ospedale da campo gestito dai militari olandesi. Stamattina il contingente medico italiano e’ intervenuto per curare la leismaniosi, un’infezione diffusissima qui, perche’ frutto delle disastrose condizioni igieniche. Un animaletto micidiale che massacra la pelle, a cominciare dal viso. Potrei raccontarvi dell’umanita’ dei militari-medici italiani, ma la scena che mi porto dentro e’ l’angoscia delle donne afghane divise dalla voglia di guarire e dal “disonore” di togliersi il burka. Molte hanno scelto di restare infette, piuttosto che scoprirsi. Ripenso a Shatia: quando sara’ grande (fra poco: qui l’obbligo del burka e’ dai tredici ai cinquant’anni) avra’ il viso coperto e non sara’ allora un delitto per l’umanita’?

Nel pomeriggio ho seguito gli incursori in pattugliamento nel centro di Kabul (tutto tranquillo), poi siamo andati ancora sotto le montagne dove gli artificieri hanno fatto brillare quaranta potentissimi ordigni ritrovati soltanto oggi. Una grande fumata nera, un botto terrificante. Razzi e granate di fabbricazione russa, retaggio dei vent’anni di guerra. Mi spiegavano che ce ne sono centinaia di milioni ancora sparsi per il territorio. E undici milioni di mine. Come dire che i disastri della guerra non finiscono mai con la guerra, ma forse cominciano allora. Mine e carestia. Dannate guerre.

Oggi sono stato a spasso per la citta’. Ho evitato pero’ Chicken street, l’unica strada dov’e’ possibile trovare prodotti occidentali (si chiama Chicken street perche’ una volta li’ c’era il mercato dei polli, ma noi giochiamo sul fatto – molto probabile – che i polli siamo noi, visti i prezzi). Ho preferito invece immergermi nel chiasso e nei colori (ma anche nella miseria) del suk vicino alla moschea. Circonda il fiume che non c’e’. Un fiume lungo, largo ma da sempre senza acqua dove c’e’ gente che vive, lavora e commercia. Accanto a un bambino che sopravvive vendendo non rotoli ma semplicemente pezzi di carta igienica, c’e’ l’uomo, elegante, che possiede un telefono satellitare e l’affitta ai tanti profughi. Ecco, ancora, i due Afghanistan.

Il “Chinook”, la banana volante, s’infila nelle montagne afghane piene di ghiaccio con molta attenzione, scortato da due “Apache”, gli elicotteri da combattimento. Piu’ volte negli ultimi tempi sono stati attaccati, a sorpresa.

Per salire bisogna indossare obbligatoriamente giubbotto antiproiettile e casco. Ti chiedono anche il gruppo sanguigno. Fa uno strano effetto. Anche perche’ stiamo trasportando armi e munizioni e un attacco sarebbe un diSastro. Il marine alla mitragliatrice di destra, che ho proprio a fianco, e’ come nei film. Un bestione, faccia da “Big Jim”, la gomma americana perennemente in moto. E’ attentissimo, scruta fuori sfidando il freddo. Gia’, che freddo. Saliamo quasi a quattromila metri, l’elicottero e’ tutto aperto. Non so piu’ con cosa coprirmi. Quando arriviamo nella valle di Khost il paesaggio cambia. Le montagne aride si trasformano in un bosco di eucalipti. E’ tutta una piantagione. Di oppio, naturalmente: siamo ai confini con il Pakistan.

Per la prima volta, da quando sto in Afghanistan, mi sento in guerra. Questo e’ davvero il crocevia del terrore, la terra di al Qaeda. E si sente. L’atmosfera nella base Salerno e’ tesa e gli americani non nascondono il piacere di lasciare il posto agli alpini. Hanno gia’ avuto molti guai e anche morti. Adesso tocchera’ a noi, nella fase forse piu’ difficile perche’ e’ il momento di stringere il cerchio intorno a Bin Laden.

Un mercatino improvvisato dentro la caserma interforze. Due ragazzini, vestiti all’americana, che vendono improbabili Rayban. Due ragazzini che vogliono passare dall’altra parte e non hanno capito che non e’ la strada giusta. E’ una situazione che si ripete, anche questa. L’americanizzazione non e’ negativa in quanto tale, ma perche’ porta i Paesi verso la negazione della propria identita’. Quegli occhiali non li hanno mai venduti. Logico. La caserma ha quattro spacci: quello italiano, quello greco, quello tedesco e quello americano. Dove, volendo, si trovano i Rayban originali. Che si aspetta, del resto, un soldato straniero da un mercatino di Kabul? Di trovare cose afghane, da portare a casa. Ricordo la stessa situazione a Mosca o nell’ex Jugoslavia o a Berlino est dove quasi e’ stata buttata giu’ la casa di Brecht per far posto a un mega centro commerciale francese. Un delitto per la cultura. Ma soprattutto un’idea stupida, anche sul piano commerciale. E’ sacrosanto migliorare il futuro, ma restando se stessi.

Chissa’ se adesso state guardando la stessa luna che guardo io. Sono sicuro che non e’ uguale. Intanto per voi questo non e’ proprio il momento di guardarla, invece per me si’: e’ quasi mezzanotte. Tutto e’ comunque diverso perche’ qui il cielo e’ limpido, non ci sono le luci della citta’ ad abbagliarla ed anzi, stanotte che e’ quasi piena, e’ la luna che illumina noi. Potrei fare una foto adesso ma non avrebbe senso perche’ in ogni caso vi arriverebbe distorta. Per esempio i rumori: qui adesso non esistono, assolutamente. Non abbaiano neppure i cani, come in tutti i posti del mondo, come se ci fosse un tacito accordo con la natura sul momento di concludere la giornata. E una luna silenziosa e’ un’altra cosa.

Una volta parlavo di normalita’. Dopo piu’ di una settimana a Kabul la mia normalita’ e’ sicuramente lontana ormai da quella di casa. Ci sono momenti in cui la scoperta e’ traumatizzante, reagisci, stai male, altri in cui la nuova normalita’ la senti acquisita, dunque non ti pesa, come dire? e’ normale. E’ normale avere la bocca piena di polvere o i piedi sporchi di fango e un paesaggio di rovine e la gente intorno affamata. Normale. Come tutto quello che non c’e’. I giornali importanti cambiano in genere i corrispondenti dopo un certo numero di anni perche’ la loro normalita’ non e’ piu’ quella della gente italiana, per cui scrivono, ma piuttosto quella del Paese che li ospita. E’ una bella cosa acquisire una nuova normalita’, perche’ non soffri le differenze, ma e’ anche pericoloso per un cronista perche’ rischi di non meravigliarti piu’, di non scoprire, di non emozionarti.

Cosi’ oggi mi sono tagliato la barba, che ormai era a livello locale, perche’ cerco di avere l’anima qui, tra gli afghani, ma il cervello deve essere ancora a casa. Solo guardandoli bene, con gli occhi aperti, forse un giorno potro’ capirli. Ma soprattutto solo cosi’ riesco ancora a raccontarvi di loro.

Pino Scaccia, Kabul 12 marzo 2003-03-12

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